24 Gennaio 2020
Notizie

FABER LIBRIAMOCI 2019

25-11-2019 08:18 - I.I.S. G. Carducci
A FORZA DI ESSERE VENTO

Sono trascorsi venti anni dalla scomparsa di Fabrizio De Andrè, un arco di tempo che consente di formulare nei suoi confronti valutazioni e giudizi sostanzialmente obiettivi ed esenti da eccessivo trasporto emotivo e nostalgico (soprattutto da parte di chi è stato accompagnato dalle sue canzoni durante la giovinezza in un ideale percorso di formazione lirica ed esistenziale ). Montag ha cercato di presentare questa figura non come cantautore impegnato né come musicista capace di indagare sulle sonorità più nascoste del Mediterraneo bensì come artigiano e cesellatore della parola, una delle voci poetiche più significative della seconda metà del Novecento ( secondo il giudizio espresso da tempo da Fernanda Pivano ) capace di raccogliere e valorizzare l'eredità linguistica e tematica di Baudelaire, Rimbaud e Verlaine , veri e propri rivoluzionari nel linguaggio poetico e nella proposta di figure e personalità scabrose ma dolorosamente autentiche nella loro marginalità e disperata ricerca di dignità. Il nostro intento non è stato quello di sottolineare il realismo anarchico e antiborghese dei suoi testi ed un certo provocatorio compiacimento nel mostrare gli ultimi ed i diseredati bensì la sua coerente e continua ricerca di una religiosità laica, di una doverosa “pietas” nei confronti degli emarginati del mondo e delle umane debolezze di tutti noi. De Andrè come poeta dunque, come autore di testi che, in molti casi, possono fare a meno della musica perché incardinati su una parola levigata, evocativa, analogica e carica di suggestioni profonde. Nei nostri laboratori abbiamo cercato di sottolineare la sua metodologia di lavoro, la sua curiosità e voracità di lettore sempre alla costante ricerca di nuove esperienze intellettuali , la sua naturale predisposizione a rileggere (e quasi sempre valorizzare ) autori come Edgar Lee Masters, Alvaro Mutis, Francois Villon, Umberto Saba, Leonard Cohen e molti altri. Ci è sembrato, fra le altre cose, un chiaro esempio di come ci si debba avvicinare ai classici senza nessun atteggiamento di sacrale sudditanza bensì con una “sana irriverenza” pronta al “saccheggio” e al “furto” di parole ed espressioni potenzialmente funzionali alla creazione di un nuovo testo originale. Dieci anni fa sul manuale Montag scrivemmo che avvicinarsi a De Andrè, per un giovane, significava dotarsi di un formidabile vaccino contro i rigurgiti sempre più marcati di egoismo, puritanesimo, ipocrisia e razzismo che, purtroppo, caratterizzano ancor più nettamente, oggi, il nostro tempo e per questo l'allestimento e la preparazione di questo Reading hanno rappresentato, durante i nostri incontri, anche un'ulteriore occasione di riflessione sulla natura del diverso, dell'emarginato, di colui che è costretto, senza colpa, a procedere sempre “in direzione ostinata e contraria”.La parola poetica come ricerca e tutela della libertà, come un mezzo che , se adeguatamente scelto, valorizzato e contestualizzato, può far emergere i nostri pensieri e sentimenti più nascosti, può salvarci dalla superficialità e dalla demagogia, può alimentare la nostra riflessione e consapevolezza, può riscattarci dal nostro egoismo e, magari, come dice Maqroll il gabbiere, ci aiuta ad affrontare i naufragi dentro al nostro cuore.
Bert



A FORZA DI ESSERE VENTO

Il cuore rallenta la testa cammina
In quel pozzo di piscio e cemento
A quel campo strappato dal vento
A forza di essere vento
Porto il nome di tutti battesimi
Ogni nome il sigillo di un lasciapassare
Per un guado una terra una nuvola un canto
Un diamante nascosto nel pane
Per un solo dolcissimo umore del sangue
Per la stessa ragione del viaggio viaggiare.


Ho veduto nascere il sole dai ghiacci di Thule
Ho veduto i riflessi dorati delle moschee
Le onde adulte della Guascogna, gli squali bianchi
I tukul, le case dei ricchi
E ho pianto
Ho veduto mare ch'è mare, terra ch'è terra
Come in me, come a Lisbona, come da noi
Ho visto amare, fremere, ansare
Ho veduto la faccia sporca di un amico
Lo stupore di una pazzia, di una morte
Ho veduto l'ironica faccia di chi mi odia
Gli occhi larghi di chi ha paura
E ho pianto
Ho perdonato, giustificato
Ho veduto morire il sole nel golfo di Aden
Ho veduto il buio e la luce
E ancora piango








IL CIRCO DEI DIMENTICATI
I sorrisi mi angosciano
Sono chiodi sotto i piedi di un infermo
Questi che battono al vetro hanno tutti un sorriso marcato a fuoco sui volti senza identità
Una targa infissa fuori mi battezza come “l'untore della malinconia”
-Maestro studieremo il tuo male e vedrai che guarirai! Non sarai mai solo, verranno ogni giorno da ogni dove per conoscere la tua arte! La tua cura sarà il calore della gente!-
Qui fa freddo. Mi guardano dalla vetrata timorosi del contagio
Hanno gli occhi di chi commisera un rifiuto del canile
Al circo dei dimenticati nessuno adotta i nostri cancri
Ci si nutre del viscido sollievo del supplizio di un altro
Fino a che l'altro non diventiamo noi.


Mille anni al mondo mille ancora
che bell'inganno sei anima mia
che bello il mio tempo, che bella compagnia.
Sono giorni di finestre adornate
canti di stagione
anime salve in terra e mare.
Sono state giornate furibonde senza atti d'amore
Senza calma di vento
Sono passaggi passaggi
Passaggi di tempo.
Mille anni al mondo mille anni ancora
Che bell'inganno sei anima mia
E che grande il mio tempo, che bella compagnia.
Mi sono spiato illudermi a fallire
Mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
Mi sono visto che ridevo
Mi sono visto di spalle che partivo
Mille anni al mondo mille anni ancora
Che bell'inganno sei anima mia
Che grande questo tempo, che solitudine
Che bella compagnia



MAQROLL IL GABBIERE

Ci vuole un'altissima torre o un albero maestro,
per ammirare i naufragi e non sentire quelli
dentro al cuore.
E' un vizio del sangue
questo di avvistare chimere.
Io sono il Gabbiere
quello che rimane in piedi sull'albero
nel mare in tempesta
e sbanda tra le onde come davanti
a due occhi sinceri,
fuori dal branco sempre, fiocinato e solo
sperando in una svista della morte,
per continuare a sognare
di balene e di arcipelaghi,
nel dormiveglia delle lunghe traversate.
Io sono Maqroll
quello che vede per primo navi e balene.
Io già da bambino vedevo lontano.
E portavo le mani alla fronte contro il sole
per vedere più chiaro negli occhi del giorno.
Ho sempre visto per primo
ed ancora vedo e non mi stanco mai di vedere.
E quando la ciurma perde coraggio io grido
più forte ogni cosa che vedo,
più forte di ogni sciagura e gli amici corrono
sul ponte ad ascoltare i miei sogni.
Io rimango a scivolare
Io sono il gabbiere, credetemi,
i miei occhi non si chiudono mai
perché sono pieni di tutta la luce
che c'è nel lento passo del giorno.







Pesano su di noi
le ceneri degli amori
che un giorno abbiamo spento
per cercare altri fuochi,
Per ritrovarci con il rimpianto
e il rimorso di sempre.
Voi non avete fermato il vento
gli avete solo fatto perdere tempo.
E poi ci sono cose
che non devono essere raccontate.
Si sprecano le parole
Ed io ne ho già dette fin troppe.




(DAL FANNULLONE)

Senza pretesa di voler strafare
io dormo al giorno quattordici ore
anche per questo nel mio rione
godo la fama di fannullone.
Io vago per le strade
quasi tutta la notte.
Racconto le mie storie
a pochi uomini ormai stanchi.
Io recito una parte
fastidiosa alla gente
Scrivo versi
Nel tumulto dei tempi.
Mi chiamo Joseph Brodskij
Mi dicono un poeta
E credetemi ho anche provato a lavorare
Ma per tutti non sono altro
Che un poeta fannullone.
Mi diedero lavoro
in un grande ristorante
a lavare gli avanzi


della gente elegante
ma io dicevo "il cielo
è la mia unica fortuna
e l'acqua dei piatti
non rispecchia la luna"
Allora tornai a cantar storie
lungo strade di notte
In infinite città
Dal Baltico all'Italia.
Non sono poi quel cagnaccio malvagio
senza morale straccione e randagio
che si accontenta di un osso bucato
E sorridevo nel dirmi poeta
Da Mosca a Leningrado.
Allora non mi vollero più.
E mi rinchiusero in una casa dei morti
Su una collina dove un cartello
Ricordava qui sostano i parassiti.
Gli esseri inutili.
Allora fui rieducato per fannullaggine cronica.
E un giudice mi interrogò per sei ore
-QUAL E' LA SUA SPECIALIZZAZIONE
-SONO UN POETA. POETA E TRADUTTORE…..
-E CHI L'HA RICONOSCIUTA COME POETA? CHI HA INSERITO IL SUO NOME TRA QUELLO DEI POETI?
-NESSUNO. E CHI HA INSERITO IL MIO NOME TRA QUELLO DEGLI UOMINI?
-AVETE STUDIATO PER QUESTO?
-PER COSA?….
-PER DIVENTARE UN POETA. NON AVETE FREQUENTATO UN ISTITUTO DOVE PREPARANO…DOVE INSEGNANO…
-NON CREDO CHE QUESTO SI POSSA OTTENERE CON UN'ISTRUZIONE…..NON ESISTE UN CORSO PER DIVENTARE POETA….
-MA CON CHE COSA ALLORA?
-IO CREDO CHE VENGA COSI' COME VENGONO I GIORNI LE STAGIONI LE MALATTIE…..O DA DIO SE VI FA PIACERE…..FATE VOI PER ME E' INDIFFERENTE…..
Allora mi iniettarono nelle vene ogni tipo di farmaco.


Iniezioni di zolfo della Russia sovietica. Le migliori.
Dopo un momento di euforia non riesci a muovere un dito
Senza gridare di dolore, Di notte mi svegliano
e mi gettano in una vasca d'acqua gelata
poi vogliono che reciti le mie poesie
Prendendomi a schiaffi. Idioti non è così
Che si organizzano le migliori letture pubbliche di versi.
Quando sono tornato libero ho detto forte
Ora Il titolo di fannullone me lo sono guadagnato davvero.


SUL LAGO SI E' FERMATA LA LUNA.
QUESTI GIORNI SONO FERIE
CONCESSE AI DANNATI.
E UNA MOSCA FA IL GIRO DEL PIATTO.
FINALMENTE POSSO
FARE ALL'AMORE COI VERSI.
NOI NON ABBIAMO
CHE UNA MEDICINA
CONTRO LA MORTE:
FARE DELL'ARTE CON LEI.



Dove se n'è andato Elmer
che di febbre si lasciò morire
Dov'è Herman bruciato in miniera.
Dove sono Bert e Tom
il primo ucciso in una rissa
e l'altro che uscì già morto di galera.
E cosa ne sarà di Charley
che cadde mentre lavorava
dal ponte volò e volò sulla strada.
Dormono, dormono sulla collina
Dove sono Ella e Kate
morte entrambe per errore
una di aborto, l'altra d'amore.
E Maggie uccisa in un bordello


dalle carezze di un animale
e Edith consumata da uno strano male.
e Lizzie che inseguì la vita
lontano, e dall'Inghilterra
fu riportata in questo palmo di terra.
Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto
dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male
hanno rimandato a casa
le loro spoglie
legate strette perché sembrassero intere.
Dormono, dormono sulla collina.
Dov'è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant'anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all'amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate
sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
"Tu che lo vendi cosa
ti compri di migliore?"













Mi dici che vorresti seguirmi.
Io ti rispondo che è
da solo che voglio restare.
Quando tu vai nel tuo paradiso
io scendo in fretta all'inferno.
Sarà stato il volo del nibbio
sui gigli di campo, sarò stato
il vento di mare, sarà come sotto
una giacca ferita,
uno strappo del cuore.
Nel rogo del giorno
Non faccio che imparare a morire.
Io non cerco più niente.
Sangue di cane gusci di cervo volante
Io ripercorro la rotta di chi vuol solo partire
Io vado solo nel bosco e mi addormento
Un attimo prima
che si addormenti il mio cuore.



(Preghiera in gennaio)

Lascia che sia fiorito Signore il suo sentiero
Quando a te la sua anima dovrà riconsegnare
Quando verrà al tuo cielo là dove in pieno giorno
Risplendono le stelle.
Quando attraverserà l'ultimo vecchio ponte
Ai suicidi dirà baciandoli alla fronte
Venite in paradiso là dove vado anch' io
Perché non c'è l'inferno nel mondo del buon Dio.
Signori benpensanti spero non vi dispiaccia
Sei in cielo in mezzo ai santi, Dio, fra le sue braccia
Soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte
Che all‘odio e all'ignoranza preferirono la morte.





I giovani hanno sguardi persi.
E becchi di nibbio al fiore del labbro
Ruvide mani a imbrigliare
Enormi sogni notturni.
I giovani hanno eroici segreti,
Graffi scarlatti il naufragio di braci.
I giovani offendono il cuore
Di orrende ferite,
Ma il sangue rimane segreto.


(Nancy)

Un po' di tempo fa
Nancy era senza compagnia
All'ultimo spettacolo
Con la sua bigiotteria.
Un po' di tempo fa
eravamo distratti
lei portava calze verdi
dormiva con tutti
ma cosa fai domani
non lo chiese mai a nessuno
si innamorò di tutti noi
non proprio di qualcuno
non solo di qualcuno
E un po' di tempo fa
col telefono rotto
Cercò dal terzo piano
La sua serenità.
E dove mandi i tuoi pensieri adesso Nancy
Molti hanno usato il suo corpo
Molti hanno pettinato i suoi capelli.
E nel vuoto della notte
Quando è freddo e sei perduto
È ancora Nancy che ti dice
-Amore, sono contenta che sei venuto-


Ti abbraccerò.
Ti farò un posto nel cuore.
Il porpora delle foglie trucca
la luce all'orizzonte.
Nessuno con terra e argilla ci forma,
nessuno soffia nella nostra polvere.
Nessuno.
Ti troverò sulle sponde dei sogni,
Sulla riva dei giorni.
Com'è difficile far passare il passato
perché il passato non passa


Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell'anima e nel cuore.
Le parole che dico
non han più forma né accento
si trasformano i suoni
in un sordo lamento.
Quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie.
Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro.
Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere.
Quando scadrà l'affitto
di questo corpo idiota
mi citeran di monito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello.
Tu che m'ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.




Sono belve i poeti,
Attaccano per un patrimonio di versi.
Con i loro endecasillabi sporchi, sparati a mitraglia,
sotto lo sguardo assente di un dio distratto
che si gratta la schiena contro il muro del cielo.
Ce l'avete messa tutta, alla fine
Siamo diventati crudeli e banditi,
Ci vuole molto più della vita
per tornare a combattere
come prima nell'attacco dei tuoni.
Alla fine lo so mi farete un applauso
che in Mesopotamia serviva a coprire
le grida di chi bruciava sul rogo.



SUZANNE

Nel suo posto in riva al fiume
Suzanne ti ha voluto accanto
E ora ascolti andar le barche
E ora puoi dormirle al fianco
Si lo sai che lei è pazza
Ma per questo sei con lei.
E ti offre il tè e le arance
Che ha portato dalla Cina
E proprio mentre stai per dirle
Che non hai amore da offrirle
Lei è già sulla tua onda
E fa che il fiume ti risponda
Che da sempre siete amanti.
E tu vuoi viaggiarle insieme
Vuoi viaggiarle insieme ciecamente
Perché sai che le hai toccato il corpo,
Il suo corpo perfetto con la mente.





E Suzanne ti dà la mano
Ti accompagna lungo il fiume
Porta addosso stracci e piume
Presi in qualche dormitorio
Il sole scende come miele
Su di lei donna del porto
Che ti indica i colori
Fra la spazzatura e fiori
E bambini nel mattino
Che si sporgono all'amore
E così faranno sempre
E Suzanne regge lo specchio.
E tu vuoi viaggiarle insieme
Vuoi viaggiarle insieme ciecamente
Perché sai che le hai toccato il corpo
Il suo corpo perfetto con la mente




Ma se ti svegli e hai ancora paura,
Ridammi la mano. Beato chi ti conosceva già
Prima che ti andasse via dagli occhi
Tutto quel mare ma ora sorridimi
Perché presto la notte finisce
Con le sue stelle appannate
E passerà anche questa stazione
Senza far male, passerà questa pioggia
Sottile come passa il dolore.



LEGGENDA DI NATALE

Parlavi alla luna giocavi coi fiori
Avevi l'età che non porta dolore
Il vento era un mago la rugiada una dea



Nel bosco incantato di ogni tua idea.
E venne l'inverno che uccide il colore
E un babbo Natale che parlava d'amore
E d'oro e d'argento splendevano i doni
Ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.
Coprì le tue spalle d' argento e di lana
Di perle e smeraldi intrecciò una collana
E mentre incantata lo stavi a guardare
Dai piedi ai capelli ti volle baciare.
E adesso che gli altri ti chiamano dea
L'incanto è svanito da ogni tua idea
Ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia di un fiore appassito a Natale



LONG TIME GONE

Io vengo da molto lontano.
Potresti vedermi al tuo incrocio
quando passo da quelle parti.
Ricordati di me nel modo che vuoi
non ho tempo per pensarci
vengo da molto lontano
non posso aiutare nessuno
con una parola o una canzone,
ma io so fare solo questo
non sono un profeta
vengo solo da molto lontano
dunque puoi tenere per te
la tua bellezza la tua giovinezza
tanto prima o poi finiranno
voglio dirtelo perché io
vengo da molto lontano.







Si naviga nell'alcool da queste parti,
frastornati dall'oppio, immersi nel calore
delle prostitute. Qualche volta mi capita
di parlare con loro, torno bambino
quando mi rifugio nei loro seni dall'odore
aspro di ribellione.
Perché mi guardate così? Voi non lo fate?
Non riesco a credere che non lo abbiate mai fatto...
Mai avete incrociato occhi di cristallo
dove guardarsi piangere, specchi di neve
dove affondare la mano? Riesco a toccare
le rose dell'amore e la fragilità
della carne giovane e bella e la rassegnazione
e il peccato e la vita. Soprattutto la vita.
Per voi è morte, malattia di scarti umani
scaraventati tra cani e topi col marchio speciale
di speciale disperazione. Gli ultimi di Dio ci dicono.
Ci guardate con le labbra inarcate
e gli occhi fiammeggianti di disgusto.
Camminate lontani per paura del contagio
col terrore che possa sfiorarvi questa cruda umanità.
Ecco il vostro problema, avete una paura fottuta.


PRINCESA

Io sono nato Fernandino dove la favela
si inerpica come una scala a pioli, io salivo
da maschio ma con passo di femmina.
Mi dicevano sono troppo piccoli
I tuoi seni per diventare una ragazza.
C'è qualcosa in te che si può
appena immaginare. Gli uomini ti vogliono
toccare ma nessuno che ti passi un pallone
eppure accettavo la corte dei calciatori



del Pinheiro così speciali nelle loro maglie gialle nere.
Mia madre mi cacciò di casa perché mi provavo
le sue scarpe allora con i soldi guadagnati per le strade
Andai a correggermi la vita e diventai Princesa
che gli uomini faceva voltare. Fu così che morì
Fernandino e nacque Fernanda dalla pelle di seta,
dal passo di giaguaro lungo l'Avenida Cardinal.
Dio mio quanto dolore nelle cliniche di Bahia,
quanta vertigine nella furia dell'anestesia
Ma finalmente una gonna un rossetto uno specchio
finalmente poter cadere tra le braccia di un amore
senza dovermi più vergognare
ed ora sul palcoscenico della vita sono soltanto Princesa
per tre anni Regina del Carnevale di Bahia.



Ho visto Nina volare
Tra le corde dell'altalena
Un giorno la prenderò
Come fa il vento alla schiena
E se lo sa mio padre
Dovrò cambiar paese
Se mio padre lo sa
M'imbarcherò sul mare
Luce luce lontana
Più bassa delle stelle
Sarà la stessa mano
Che ti accende e ti spegne
Stanotte è venuta l'ombra
L'ombra che mi fa il verso
Le ho mostrato il coltello
E la mia maschera di gelso
Luce luce lontana
Che si accende e si spegne
Quale sarà la mano
Che illumina le stelle
Ho visto Nina volare
Tra le corde dell'altalena
Un giorno la prenderò
Come fa il vento alla schiena




COHEN
Come un corvo sul filo
Come un ubriaco verso la mezzanotte
Ho provato a modo mio ad essere libero
Come un cavaliere di un vecchio libro passato di moda
Ho ferito tutti quelli che hanno provato a parlare con me
Ma giuro sui miei sogni
E su tutto ciò che ho fatto di sbagliato
Che cercherò di vivere come ho sempre vissuto.
So che mi restano pochi giorni
Il presente non è un granché
Non fumo sigarette
Non bevo alcool
Non ho avuto molto amore fin qui
Mi piaceva l'arcobaleno
Mi piaceva il primo mattino
E fingevo che fosse nuovo
Ho preso il male bevendo dal tuo calice
Ho chiesto: è contagioso?
Mi hai risposto : bevilo e basta


Signore abbi un occhio di riguardo
Per chi viaggia in direzione ostinate e contraria
Col suo marchio speciale di speciale disperazione
Per consegnare alla morte una goccia di splendore
Di umanità… di verità
Ricorda Signore questi servi disobbedienti
Alle leggi del branco
Non dimenticare il loro volto
Che dopo tanto sbandare
È appena giusto che la fortuna li aiuti
Come una svista
Come una distrazione
Come un'anomalia






DA FAMOUS BLUE RAINCOAT
Sono le quattro del mattino, la fine di dicembre
Ti scrivo per sapere se stai meglio
New York è fredda ma mi piace dove vivo
C'è musica tutta la sera in Clinton Street
Ah, l'ultima volta che ti abbiamo
visto sembravi così vecchio
Il tuo famoso impermeabile azzurro
era lacerato sulla spalla
Sei andato alla stazione
per incontrare ogni treno
E hai trattato la mia donna
come una scheggia della tua vita
E quando è tornata
non era più la moglie di nessuno
Cosa posso dirti fratello, mio assassino
Cosa potrei mai dirti?
Probabilmente che mi manchi
e forse che ti perdono
Sono contento che tu abbia
attraversato il mio cammino






(LETTERA A VILLON)

Caro François Villon,
Nel 1963 in Sud Africa
furono impiccati otto ragazzi
malviventi e neri. Un giornalista scrisse-
Ballavano e cantavano sotto le corde
prima di essere appesi. Scalciarono per un po',
alcuni sono durati un attimo, altri qualche minuto.”
Mi prese la rabbia giusta
per scrivere la ballata degli impiccati.
Ti ho rubato il titolo
Ma tu mi capirai
Tu che sei vissuto rubando.
Ringrazio te ela tua vita
inquieta da vero mascalzone
Da incallito poeta di strada o la tua astuzia
di ruffiano che cerca di sopravvivere agli eventi.
Dicono di te che eri inafferrabile
A chi mi chiede la verità
mi viene da rispondere con un “chi se ne frega”
Perché di assolutamente vero restano i tuoi versi.
Ti descrivono avventuriero e assassino
Ma io ti riconosco poeta della carità,
per lo scandalo delle passioni sfrenate,
per le risate scomposte per guarire
inauditi dolori, per le inaccettabili sofferenze
che sorgono dal tuo canto e toccano il cuore
e la mente di chi ti legge, e ancora e soprattutto
per i tuoi lasciti. Nel tuo testamento
è sempre un regalare scherzoso e crudele
di chi è fuori da ogni casta
e non appartiene a niente e a nessuno.
Così che nessuno, scrittore o poeta,
pensatore o saggista, giurista o filosofo
che abbia voluto trattare il dolore
o la gioia del corpo e del cuore
ha potuto rinnegare la tua eredità,




la magia della tua parola di poeta farabutto.
Mio caro Villon tu hai dato alla forca dignità poetica,
hai fatto dell'appeso qualcosa di sacro, di eterno,
simbolo inquietante di impermanenza e di sconfitta.
Certo, quando si esce da una guerra –
e la tua durava da cento anni – i desideri
dei sopravvissuti sono tanti,
sradicati da ogni regola gli impulsi,
sfrenato il desiderio di vivere ancora.
Non erano tempi di regole quelli
in cui sei vissuto svenandoti di poesia
nell'osservare ogni verità mutare nel suo opposto.
Io ti scrivo da un'altra epoca illuminata
Dalla ragione e dalla tecnica, dove l'uso
della corda che fa sapere al tuo collo
quanto pesa il tuo culo
si è fatto più raro ma la guerra non è ancora finita
e gli uomini amano come allora uccidere
e sopraffare. Ti lascio con la convinzione,
caro François, che quel Dio che tanto
teneramente hai saputo invocare
tra una rissa, una taverna e un bordello,
si sia comportato meglio degli accademici
che scrivono libri senza menzionare il tuo nome
e se proprio come loro non ha voluto ricordare
i tuoi versi, sicuramente
il tuo volto non l'ha dimenticato..
Tuo per sempre
Fabrizio De Andrè











TUTTI MORIMMO A STENTO

Tutti morimmo a stento
ingoiando l'ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce

L'urlo travolse il sole
l'aria divenne stretta
cristalli di parole
l'ultima bestemmia detta

Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un ora

Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l'antico credo
di chi muore senza perdono

Chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo

Chi la terra ci sparse sull'ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino

La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso






C'E' UN FUOCO SUL MARE LONTANO
CHE BRUCIA LE ONDE PER GIOCO.
TU BRINDI ALL'ANNO CHE VIENE.
IO PIANGO L'ANNO CHE VA.
NON MI RESTA CHE UNA NOTTE
DI STELLE LONTANE E DAL MATTINO
UNA NEBBIA FITTA DI OMBRE
FRA GLI OCCHI E LE COSE.
IO ORA SONO STANCO.
SONO UN PEZZO DI MALACARNE.
AVREI PROPRIO BISOGNO DI MORIRE.




IL TESTAMENTO DI TITO

Non avrai altro Dio, all'infuori di me.
Spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse, venute dall'est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te,
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato
e non ascoltò il mio dolore,
ma forse era stanco, forse troppo lontano
davvero, lo nominai invano.





Il quinto dice Non devi rubare,
e forse io l'ho rispettato
vuotando in silenzio le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio,
ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri,
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami,
così sarai uomo di fede,
poi la voglia svanisce ed il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore,
ma non ho creato dolore.

Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri, già caldi d'amore
non ho provato dolore,
l'invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.








Da ragazzo spiavo i ragazzi giocare
al ritmo balordo del mio cuore malato
e quante volte ti viene la voglia
di uscire a provare che cosa
ti manca per correre al prato
e ti tieni la voglia e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.
Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d'un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti
Eppure un sorriso io l'ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce
quando il cuore stordi' e ora no non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice
e il cuore impazzi' e ora no non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce
E fra lo spettacolo dolce dell'erba
fra lunghe carezze finite sul volto
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto
Ma che la baciai questo si' lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra
ma che la bacia per Dio si' lo ricordo
e il mio cuore le resto' sulle labbra.












Non andare via.
Puoi dimenticare
Tutto quello che
Se n'è andato già.
Tutti i malintesi.
Tutto il tempo che
È passato già.
Ma non andare via.
Non andare via
Io ti offrirò
Perle di pioggia
Venute da dove
Non piove mai.
Per te inventerò
Parole nuove
Che tu sola capirai
Ma non andare via
Non andare via.
Nel vulcano spento
Che credevi morto
Molte volte il fuoco
È rinato ancora
Ed il fuoco brucia
Tutto quanto intorno
E quando è sera
E c'è il fuoco in cielo
Il rosso e il nero
Non hanno un confine.
Ma non andare via
Io non piango più.
Io non parlo più.
Mi nasconderò
E ti guarderò
Quando riderai
E ti sentirò
Quando canterai.
Sarò solo l'ombra
della tua ombra.
L'ombra della tua mano.
L'ombra del tuo cane.
Ma non andare via
Non andare via.






Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore
Più non arrossii nel rubare l'amore
Dal momento che Inverno mi convinse che Dio
Non sarebbe arrossito rubandomi il mio.
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino
Non avevano leggi per punire un blasfemo
Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte
Mi cercarono l'anima a forza di botte
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo
Lo costrinse a viaggiare una vita da scemo
Nel giardino incantato lo costrinse a sognare
A ignorare che al mondo c'e' il bene e c'è il male
Quando vide che l'uomo allungava le dita
A rubargli il mistero di una mela proibita
Per paura che ormai non avesse padroni
Lo fermò con la morte, inventò le stagioni
E se furon due guardie a fermarmi la vita
È proprio qui sulla terra la mela proibita
E non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato
Ci costringe a sognare in un giardino incantato


Che ti accolga la morte
Con tutti i tuoi sogni intatti.
La morte ti aprirà gli occhi sulle sue grandi acque.
Ti inizierà la brezza costante dell'altro mondo.
La morte si confonderà con tuoi sogni
Riconoscerà i loro disegni
Che da tempi remoti vai lasciando
Come un cacciatore che al rientro
Riconosce le sue tracce dal sentiero.
Starà in piedi su una barca ferma in mezzo al fiume
Dove le acque scorrono in un lento mulinello
Di fango E di radici.
Quando scenderà la mano Sarai morto
Dove le finestre vibrano al passaggio del tram
E il lattaio cercherà invano le tue bottiglie vuote.
Ed in quell'ora per te resterà ben poco.




AMSTERDAM Brel

Nel porto di Amsterdam
Ci sono marinai che cantano
I sogni che li perseguitano
Al largo di Amsterdam
Nel porto di Amsterdam
Ci sono marinai che dormono
Come i pennoni
Lungo le rive morenti
Nel porto di Amsterdam
Ci sono marinai che muoiono
Pieni di birra e di drammi
Alla luce dell'alba
Ma nel porto di Amsterdam
Ci sono marinai che nascono
Nel calore pesante
Di languidi oceani.

Nel porto di Amsterdam
Ci sono marinai che mangiano
Su tovaglie troppo bianche
Dei pesci grondanti
Vi mostrano i denti
Che sgranocchiano la fortuna
Che tagliano in due la luna
Che masticano le sartie
E si sente il merluzzo
Fin nel cuore delle patate
Che le loro mani grandi invitano
A rosolare ancora
Poi si alzano ridendo
In un fragore di tempesta
Si chiudono i pantaloni
E se ne vanno ruttando



Nel porto di Amsterdam
Ci sono marinai che ballano
E strusciano la pancia
Sula pancia delle donne
E si girano e ballano
Come dei soli sputati
Nel suono tagliente
Di una rancida fisarmonica
Si torcono il collo
Per sentirsi meglio ridere
Sinché tutt'a un tratto
L'accordo si rompe
Ora un gesto grave
Ora uno sguardo fiero
Si ricordano le loro battaglie
Sino a quando il sole è alto

Nel porto di Amsterdam
Ci sono marinai che bevono
E che bevono e ribevono
E che ribevono ancora
Bevono alla salute
Delle puttane di Amsterdam
D'Amburgo o delle altre
Infine brindano alle donne
Che gli donarono i loro bei corpi
Che gli donarono la loro virtù
Per un pezzo d'oro
E quando sono ubriachi fradici
Alzano il naso al cielo
Volano tra le stelle
E pisciano come io piango
Sulle donne facili
Nel porto di Amsterdam
Nel porto di Amsterdam






Sono un'ombra inquieta
Dentro la tua ombra
Dove mi è vento
Trovare ancora asilo
Dove trovo
Lucide tracce di diamante
Nella luna
Dissennata di carbone.
Bambino cammina sull' acqua
Le stelle sono rotaie.
Bambino corri sull'acqua
Che la vela
Segue un'ombra
Che sa di nostalgia.
(Ultimo scritto di Faber)





Peter Handke, Elogio dell'infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.




Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un'anima
e tutte le anime erano un tutt'uno.
Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l'epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo
in qualche raro caso di fortuna.
Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,



ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com'è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l'albero un bastone
come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.




Le lucciole gremiscono la notte di giugno.
Ci sorprendono brividi di stelle lontane.
In fondo al cielo gli aironi volano
Alti nella loro ansia di uccelli di passo.
C'è chi ama i miei lineamenti di remoto alcolista,
Ti regalo Signore le mie notti di insonnia
Io che cammino e che da sempre cammino,
c'è un fosso ai miei piedi più grande di me
c'è un cane in mezzo al cammino
in mezzo al cammino c'è un cane.
Sono così stanco di essere Faber.
Signore che sia un attimo breve questo morire
E non un rosario di immonde delizie.















IL SUONATORE JONES

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

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